«La soddisfazione di potersi ancora rendere utile»

19 Agosto 2021

Quando si ammalò di demenza, Beat Vogel era responsabile della infrastruttura presso l’Alta Scuola Pedagogica di Lucerna. Grazie a un orario di lavoro ridotto e a mansioni facili da svolgere, Beat, che oggi ha 61 anni, riuscì a proseguire il suo lavoro all’interno del team finché fu possibile. Tutte le persone coinvolte fanno un bilancio positivo dell’esperienza.

A Beat Vogel piaceva tantissimo svolgere il proprio lavoro. E lo faceva in modo preciso: «Ero davvero pignolo.» Formatosi come meccanico di macchinari, cambiò mestiere diventando bidello e da lì fece carriera fino alla nomina di responsabile dell’infrastruttura presso l’Alta Scuola Pedagogica di Lucerna. In tale funzione si occupava di dodici edifici, gestiva un budget milionario e dirigeva una squadra di cinque persone. Si accorse dei primi sintomi in parte da solo e in parte per le reazioni dei colleghi. Gli capitava di dimenticarsi chi lo aveva chiamato, faceva passare documenti senza firmarli e per riuscire a ricordarsi di tutto riempiva l’ufficio di post-it.

Questi comportamenti, così insoliti per lui, lo spinsero a rivolgersi al medico quando aveva circa cinquantacinque anni. A questa prima visita seguì una lunga trafila di test e chiarimenti. Diversi specialisti lo esaminarono per cercare ogni possibile origine dei disturbi, finché non si arrivò alla diagnosi: demenza frontotemporale.

Da allora sono passati tre anni. «È stato come uno schiaffo, ma al contempo anche una liberazione», ricorda Beat Vogel. Finalmente sapeva cosa gli stava succedendo. All’epoca aveva già rinunciato alla sua posizione di responsabile e svolgeva altri compiti meno impegnativi. Sapeva che con l’avanzare della malattia sarebbe peggiorato. E allora, come andare avanti?

Mai messo da parte

Beat Vogel, il suo superiore e l’ufficio risorse umane si sedettero insieme per discutere sul da farsi. Diede il proprio contributo anche una case manager finanziata dall’Alta Scuola Pedagogica, le cui conoscenze nella giungla delle assicurazioni sociali si rivelarono molto utili. Grazie a questo scambio di idee e opinioni, datore di lavoro e dipendente trovarono una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Beat Vogel continuò così a lavorare il mattino: ogni giorno un collega gli affidava compiti facili da svolgere, dal controllo delle lampadine a lavori d’inventario, da piccole riparazioni alla sostituzione del materiale fino alla pulizia degli scaffali. Lo stesso collega controllava poi che tutto venisse svolto correttamente prestando aiuto in caso di incertezza.

Di questo cambiamento piuttosto radicale – da responsabile di reparto a lavoratore semplice con uno stipendio inferiore – Beat Vogel non ha sofferto, al contrario: «Ero felice di poter andare a lavorare», racconta. Le giornate ben strutturate e i contatti sociali costituivano un grande aiuto, come pure la sensazione di potersi rendere ancora utile nonostante tutto: «Malgrado la malattia, non mi hanno messo da parte.» L’Alta Scuola Pedagogica di Lucerna, del resto, non l’avrebbe mai fatto, sottolinea la direttrice delle risorse umane Claudia Weber: «Diamo grande importanza alla nostra responsabilità sociale.» Con volontà e creatività si riesce spesso a prolungare l’attività lavorativa: in un’altra funzione, con diversi requisiti e un orario ridotto.

L’aiuto di un giovane collega

Nella ricerca di nuovi compiti vennero considerati con grande attenzione gli ostacoli posti dalla malattia. Affinché non perdesse l’orientamento e potesse muoversi senza problemi di sorta, Beat Vogel venne assegnato a un solo edificio. Inoltre, dai suoi doveri vennero esclusi lavori pericolosi come la gestione di macchinari o di composti chimici. Il sostegno più grande, comunque, si rivelò essere quello di un giovane collega, Simon Heer, che accettò di svolgere compiti di assistenza. Il ventitreenne specialista in manutenzione, entrato da poco nel team, assunse di buon grado questo ruolo speciale. I due si intesero subito: «Beat Vogel era un collega estremamente qualificato dal quale potevo imparare molto», spiega il giovane bidello.

L’unica cosa che lo preoccupava era come far notare eventuali errori a qualcuno molto più anziano ed esperto di lui senza metterlo in imbarazzo, cosa che voleva assolutamente evitare. Ma Beat Vogel lo pregò fin dall’inizio di criticarlo se fosse stato necessario, e Simon Heer apprezzò molto questo suo atteggiamento. Era la prima volta che entrava in contatto con una persona affetta da demenza. Da un lato trovava doloroso osservare come la malattia si abbattesse su un professionista nel pieno della vita lavorativa. D’altra parte, però, ammette: «È affascinante osservare come Beat continui a mantenere la sua positività e la sua voglia di vivere.»

«Non mi lascio andare»

La direttrice delle risorse umane Claudia Weber aveva già conosciuto da vicino la malattia ed era quindi sensibilizzata. Secondo lei la procedura adottata con Beat Vogel «si è rivelata un vero successo» e ciò grazie all’impegno di tutti. In primo luogo va lodato il team infrastruttura dell’Alta Scuola Pedagogica, che è stato in grado di attutire il colpo e riorganizzarsi, un compito di sicuro «non facile», come sottolinea. Allo stesso tempo, i collaboratori coinvolti hanno capito che il loro datore di lavoro non abbandona chi si ammala. Claudia Weber aggiunge che il risultato ottenuto è stato possibile anche grazie allo stesso Beat Vogel, che ha affrontato la malattia con realismo e piena consapevolezza di cosa fosse ancora in grado di fare e cosa no: «Ci è stato di grande aiuto.»

Nella primavera del 2019, ancor prima di compiere sessant’anni, Beat Vogel si ritirò dalla vita lavorativa. Volontariamente, perché si era accorto che «era arrivato il momento». Sapeva già di poter contare su una rendita AI. Tuttavia, senza il sostegno deciso della case manager non ce l’avrebbe fatta, racconta Vogel, che sottolinea: «Una consulenza simile andrebbe messa a disposizione di tutte le persone che si ammalano di demenza in età lavorativa.»

Nel frattempo, Beat Vogel si è ricostruito una nuova quotidianità. «Non sono uno che si lascia andare», precisa. Ogni volta che può ci tiene a incontrare persone e a difendere gli interessi di chi è affetto da demenza. Essendo sportivo gli piace muoversi all’aria aperta. Per sicurezza i suoi familiari lo seguono tramite un’app sul cellulare, così sanno sempre dove si trova. Le limitazioni dettate dalla malattia stanno aumentando, ma d’altro canto ogni giorno scopre ancora cose nuove che gli regalano momenti di gioia. Tra l’altro ha iniziato a scrivere massime, come questa: «Demenza: ciò che rimane è un essere umano.»

Questo articolo è stato pubblicato in versione originale nella rivista «auguste», edizione di aprile 2021.

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